Ravenna nel Parco del Delta

Con oltre 53.000 ettari c.a di estensione, il Parco del delta del Po è considerato una tra le “zone umide” più ricche di bio-diversità; inoltre, in virtù della sua ubicazione, esso conserva al proprio interno importantissime vestigia del suo glorioso passato. Si può tratteggiare il suo territorio, sulla carta geografica nell’ambito delle Provincia di Ravenna, come un semicerchio il cui diametro è rappresentato dalla linea costiera adriatica, mentre la parte di semi-circonferenza, partendo a Nord dal corso del fiume Reno – Po di Primaro -, scende giù verso Sud, lambisce i centri di Conselice, Bagnacavallo e Russi, Alfonsine, e si chiude a Cervia, con le sue Saline. Possiamo dunque immaginare come potesse essere vasto nell’antichità l’intero territorio lagunare deltizio. A testimonianza di ciò, è di notevole interesse storico-culturale, la pregevole attività che svolge, nella cittadina di Villanova di Bagnacavallo, il “Centro Etnografico della Civiltà Palustre”. Il prezioso patrimonio, tutt’ora esistente, ci riporta in dietro nel tempo, quando abitazioni, attrezzi, utensili, vestiti, scarpe e tutto l’immaginabile, era abilmente prodotto lavorando o intrecciando: canna, stiancia, carice, giunco, giunco pungente- , tutte erbe palustri che abbondavano lungo i canali, nei rivali delle valli e nelle acque, dolci. 

pialassa ravennate

Oltre al Reno, percorrono il territorio altri importanti fiumi: il Lamone, che anticamente sfociava nella Valle Baiona ed era causa di interscambio tra acque dolci e salate, fenomeno essenziale per il mantenimento dell’ecosistema di queste zone umide; quindi il Montone ed il Ronco. Questi ultimi due scorrevano, un tempo, paralleli avvolgendo Ravenna, con i rispettivi letti, in un metaforico abbraccio.  A causa, però, delle continue e disastrose inondazioni, il corso del fiume Montone fu deviato a monte della città verso sud e fatto confluire nel Ronco, dando vita, nella loro comune parte terminale ai Fiumi Uniti.

Nel comprensorio ravennate, esteso a sud del Reno, le Piallasse Baiona e Piombone e le Saline di Cervia, costituiscono le cosiddette “zone umide salmastre”, che si distinguono, per ubicazione e per la caratteristica delle acque, da quelle dolci: i “chiari” delle pinete costiere, la Valle della Canna, il Bardello e Punta alberete a Nord,  l’Ortazzo e l’Ortazzino ai margini della pineta di Classe.

 …Ecco, immaginiamo una laguna di numerose miglia di raggio, che si estende a ovest, la dove ora son fertili campi. Una laguna che un fascio di cordoni litorali delimitata dal mare e in cui finiva un ramo del Po (Primaro), per il percorso odierno del Reno. E di li, partiva una sua “vena” minore, dai latini denominata Padusa, che giungeva fino a Ravenna, e poi giù, fino a lambir le rivierasche “salse”cervesi.

Questo ci riportano di Ravenna i “giornalisti” dell’epoca romana Strabone, Vetruvio e Plinio. Ravenna e la sua ultra millenaria storia, è indiscutibilmente figlia di un territorio impervio ed inospitale, fatto più di acqua dolce che di terra. Terra e mare, sono frutto di conquiste lente e sofferte, ancorché avvenute in tempi relativamente recenti.

Valli, pinete, saline, territori che ancora oggi ci regalano una straordinaria tavolozza di colori ed una grandiosa teoria di profumi che fanno, delle “zone umide”, un ambiente straordinario ed affascinante.

Profumi e colori, dicevamo, che ritroviamo anche nella tipica gastronomia deltizia, un mangiare semplice e povero, al tempo stesso, vigoroso e schietto come le genti locali.

pialassa ravennate

Di man in mano che la terra ruba spazi all’acqua muta il paesaggio, mutano gli usi e i costumi e con essi anche le abitudini alimentari. ° E così, alle “ars piscaciones et venaciones” – la pesca e la caccia erano le principali attività praticate in tutto il territorio palustre – gli abitanti del luogo impararono a convivere con la terra, in particolare con la pineta, dalla quale trarranno gran giovamento. E così, la “tavolozza” di colori e sapori si arricchisce di nuove tinte, che riconducono a frutti e ad erbe pinetali: radicchio, asparagi, cicoria, valeriana, rucola, stridoli (silene inflata), funghi, tartufi, pinoli, more… Frutti ed erbe che non sempre, però, riuscivano a placare la fame delle genti palustri. E così, i nostri antenati si ingegnarono nella confezione di focacce delle più svariate specie. E sì, perché di grano, di gran turco o d’altra semente da farina, in queste “terre emerse” ben poco ne restava per la povera gente e così, alla spigolatura di cereali poveri, si aggiungeva tutto ciò che si poteva ridurre a farina.

Ecco allora che, cammin facendo, siamo arrivati ad introdurre il tema principe di questa nostra breve storia, la piada; ma per arrivare a quella odierna, di secoli ne devono ancora passare.

È indubbio, infatti, che l’attuale piadina abbia origini secolari ed è altrettanto indubbio che ciò rientri nella più totale vaghezza. Non vi è letteratura infatti, che sia in grado di datarla, tanto meno di determinarne la provenienza.

Si dice (è un’ipotesi fra le tante) che l’etimologia del termine piada possa avere origini greche (plaukous, infatti vuol dire focaccia), da noi giunta in epoca di dominazione bizantina.

Sia vero o no, un fatto è certo, l’antica piada  (piatta, così definita perché resa sottile dal matterello), negli usi dialettali modificata in pieda, piè, pijda, pij, pida, piadéna e piadina, dai primi anni dello scorso secolo, trova il suo grande rilancio, grazie anche alla conquista delle terre donate poi all’agricoltura, che portano, anche nella bassa Romagna, la coltivazione dei cereali.

Dagli inizi del ‘900 la “nostra piadina” si nobilita ed evolve in virtù, del reperimento di ingredienti quali: il frumento, il mais, e poi ancora, lo strutto ed il lievito, solo per citarne alcuni.

Col tempo, poi, si affinano e si personalizzano pratiche diverse di produzione, tanto da costituirne un vero e proprio “marchio territoriale”.  Oggi, la piadina viene prodotta in tutto il territorio del basso delta, nelle case e nei tipici chioschi, “capanni” a strisce verticali, bianche e verdi, bianche e blu o bianche e rosse, colori che identificano una specifica zona, che troviamo dietro ad ogni angolo di strada. Oggi, vuoi per praticità vuoi per igiene, la piadina cuoce su lastre metalliche, riscaldate da fuochi alimentati a gas.  Del “testo”, la tipica piastra di coccio, rotonda (teglia o teggia, sinonimi di testo), non resta che un caro ricordo di quando lo si usava, posto a riscaldare sul classico treppiede, al calore di vivide braci, di scoppiettanti foglie secche e sarmenti (tralci di vite e d’altra specie di rampicante, abitualmente utilizzati un tempo nella campagna romagnola).

La piadina, a Ravenna in dialetto si dice pié a Cervia si dice, invece, pijda, è già da tempo universalmente riconosciuta “emblema” gastronomico della terra di Romagna. L’antico “pane” che esprime semplicità ed essenzialità, così come i tipici “mangiari” a cui, da queste parti, abitualmente la si accompagna. La piadina, ancor oggi, scandisce i tempi della quotidianità (pranzo, merenda, cena), ma essa, è anche sinonimo di amicizia e di convivialità; non vi è, infatti, incontro a tavola, con amici o ospiti, che non sia accompagnato dalla piadina, dai più fantasiosi companatici e, naturalmente, da un buon bicchiere di Sangiovese.

La piadina, dunque, accompagna da sempre tutti i tipici “mangiari” di terra, di valle ed anche di mare.

Dalle erbe di campo, di fosso e di pineta, ai pesci di valle, rane e lumache, dai brodetti di pesce di mare alle rustide (tipico modo di definire le grigliate di pesce azzurro), dai formaggi freschi (lo squacquerone sopra a tutti) e stagionati, agli affettati d’ogni fattura, nonché le carni ai ferri o in umido. La piadina, quindi, trionfa nella tavola romagnola, tipicamente tagliata a croce e posta nel cesto di paglia ancora calda fumante.

Abbiamo lasciato per ultimo “é carson”, il crescione, proprio perché, pensando alla piadina alla stregua di una “pietanza”, le sue caratteristiche potrebbero, in un certo qual modo, dissociarlo dall’immaginario stereotipo di piadina = pane. Ecco, allora, che il nostro crescione (raviolone) si presterà, egregiamente presentato su di un piatto di portata, ancorchè elegantemente guarnito ed accompagnato dal buon bicchiere di Sangiovese. Questo, però, di fatto non avviene in quanto, come dicevamo, il crescione non è tradizionalmente consumato a tavola. Esso si rivela, invece, ottimale nel corso di una passeggiata in bicicletta, lungo i numerosi percorsi naturalistici che attraversano il Parco e congiungono le varie “Stazioni”. Un Territorio, il parco – una cultura, la bicicletta – una gastronomia, la piadina, una triade iconografica che fa del Parco del delta del Po un luogo affascinante e poetico.  A tale proposito, a beneficio di un turismo sempre in crescita, qualificato ed esigente, sono stati istituiti numerose “Stazioni” attrezzate, come: il Centro visita “Il Palazzone” a S. Alberto, antica osteria dei Duca d’Este (XVI secolo) che si trova a ridosso del fiume Reno, ai margini  delle Valli di Comacchio (oggi, sede del Museo Ravennate delle scienze naturali, è divenuta visita obbligata per chi volesse conoscere l’avifauna deltizia), il “Centro visite Saline di Cervia”, su cui spicca la piccola salina denominata “Camillone”, dalle lontane origini etrusche,  da cui si ricava uno straordinario sale integrale, privo degli amari residui potassici, chiamato, per l’appunto “sale dolce di Cervia”.

 

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